Una finestra sulla Storia di Vitulazio degli ultimi 200 anni

Una finestra sulla Storia di Vitulazio degli ultimi 200 anni. Questo studio, già oggetto di una mostra documentaria presentata il 26 maggio 2007 presso la casa comunale di Vitulazio, riassume le vicende sociali, storiche e politiche della città, dall’anno in cui da casale divenne comune fino ai giorni nostri.

Dai documenti analizzati emerge come un piccolo paese affronta e vive le vicende storiche nazionali, ovvero come la macrostoria si interseca con la microstoria.

La ricerca è stata effettuata presso i più qualificati centri di documentazione: Archivio di Stato di Caserta, Archivio del Tribunale di S. Maria Capua Vetere, Archivio di Stato di Napoli, Istituto Campano di Storia della Resistenza, Archivio della Prefettura di Caserta, nonché presso gli uffici del Comune di Vitulazio ed altri ancora.

Negli anni 2006-2007 per iniziativa del dott. Giovanni Giudicianni, direttore della sede di Caserta della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, vennero avviati i lavori preparatori di una mostra documentaria, da allestire presso la casa comunale di Vitulazio, relativa alle vicende storiche locali degli ultimi due secoli.

Alla ricerca, allo studio e alla selezione dei documenti furono invitate, e offrirono poi un contributo determinante, cinque giovanissime studiose, che si erano fatte le ossa prestando attività di volontariato presso l’Archivio di Stato di Caserta, distinguendosi, oltre che per la preparazione e la serietà dell’impegno, per l’entusiasmo e per la vivacità degli interessi culturali.

Il risultato di questi studi, concretizzatosi nella Mostra che venne inaugurata il 26 maggio 2007, viene qui riproposto volutamente nella sua forma originaria, quasi una Guida “postuma” alla Mostra stessa:

lasciando cioè all’esposizione quel taglio divulgativo e “didascalico” che è proprio di ogni iniziativa culturale rivolta ad un vasto pubblico, dove anche il rigore scrupoloso della ricerca che sta “a monte” si traduce di proposito (ed opportunamente) in un’informazione sintetica accessibile alla generalità dei visitatori.

La vita amministrativa di Vitulazio prima dell’8 agosto 1806

Fino alla metà del Quattrocento, Vitulazio formava, assieme agli altri casali, una sola “università” con Capua. Nella seconda metà del Quattrocento, quando gli Aragonesi resero stabile ed ordinario l’ufficio del sindaco, anche Vitulazio divenne una “università” e, quindi, ebbe una sua individualità giuridica, pur rimanendo casale di Capua:

il che significava, da un lato, avere una propria vita amministrativa; dall’altro, che l’amministrazione del paese non poteva sottrarsi ad alcuni vincoli che Capua continuava ad imporre ai suoi casali.

L’università di Vitulazio, infatti, era soggetta alla giurisdizione civile e penale della Corte della Bagliva di Capua che aveva nel casale un proprio ufficiale subalterno, denominato Maestro della Bagliva.

Inoltre il casale, nella stipulazione degli atti pubblici, era dipendente dal Mastro d’atti di Capua; e versava tributi secondo la ripartizione stabilita per i casali, nonché oneri speciali in particolari circostanze.

In pari tempo il casale, essendo una università, godeva di una notevole autonomia: poteva possedere beni propri, contrarre obbligazioni, stare in giudizio anche contro la stessa città di Capua; poteva inoltre eleggere i propri amministratori (“decurioni”, sindaco e due eletti); e più tardi poteva procedere in proprio alla redazione del “catasto onciario”, una sorta di censimento necessario a determinare e ad imporre le tasse dovute da ogni cittadino.

Sezione a cura di Alessandra Cecere. 

Bibliografia: R. MARRA, Bellona e S. Maria di Gerusalemme, Napoli 1903, pp. 58-60.

L’8 Agosto 1806: il casale diventa comune

Il nostro viaggio bicentenario ha inizio con la legge n. 132 dell’8 agosto 1806, la prima di una serie di provvedimenti con cui si realizza una nuova generale risistemazione del regno di Napoli.

Ad avviare questo processo è Giuseppe Napoleone, fratello di Bonaparte, con cui inizia il cosiddetto “decennio francese”, che si concluderà poi tragicamente nell’ottobre 1815 con l’esecuzione di Gioacchino Murat. Nel suo titolo IV, la legge n. 132 così dispone:

«Le Università del Regno, per tutto ciò che concerne la loro comunale amministrazione, non dipendono che dagli Intendenti Provinciali, sotto gli ordini del nostro Ministro dell’Interno…»

La legge, quindi, non “crea” il comune di Vitulaccio; più semplicemente ne trasferisce la dipendenza da Capua (da cui l’università era dipesa fino al 1806, essendone uno dei casali) direttamente alla provincia di Terra di Lavoro, il cui capoluogo sarà prima S. Maria di Capua e successivamente, a decorrere dal 1811, Capua stessa. Solo dal 1° gennaio 1819 Caserta diventerà capoluogo della provincia. (Legge 132 dell’8 agosto 1806, in ASCe, Collezione degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S. M., Napoli 1806).

La legge, quindi, non “crea” il comune di Vitulaccio; più semplicemente ne trasferisce la dipendenza da Capua (da cui l’università era dipesa fino al 1806, essendone uno dei casali) direttamente alla provincia di Terra di Lavoro, il cui capoluogo sarà prima S. Maria di Capua e successivamente, a decorrere dal 1811, Capua stessa. Solo dal 1° gennaio 1819 Caserta diventerà capoluogo della provincia.

Il sistema elettorale del 1816

La legge n. 570 del 12 dicembre 1816 introdusse un sistema elettorale con il quale si completava il processo di riorganizzazione del Regno di Napoli, avviato nel cd. periodo francese (1806-1815). (Cit. Legge 570 del 12 dicembre 1816, in ASCe, Bullettino delle leggi nel Regno di Napoli, Napoli, 1816).

In base all’art. 53 della legge, gli organi del comune erano il consiglio comunale (“decurionato”), il sindaco, gli “eletti” (corrispondenti agli attuali assessori), nonché il cancelliere archiviario ed il cassiere.

Nei comuni che, per numero di abitanti, erano definiti di terza classe (come Vitulazio), il decurionato si componeva di 8 – 10 decurioni, di cui almeno un terzo doveva necessariamente saper leggere e scrivere. I decurioni venivano eletti nell’ambito di una lista di cittadini eleggibili alle cariche pubbliche, di età compresa tra i 21 e i 70 anni, professionisti o esercenti mestieri nella posizione di maestri, ovvero proprietari con una rendita imponibile annua di non meno di 12 ducati.

Per tutti era richiesta la residenza da almeno cinque anni nel comune. La durata in carica dei decurioni era di quatto anni; ma ogni anno, nel mese di agosto, si procedeva alla elezione per il rinnovo parziale dell’assemblea nella misura di un quarto dei suoi componenti. Ogni delibera del decurionato era efficace solo dopo l’approvazione dell’Intendente della provincia.

Il sindaco era la prima autorità del comune. Egli veniva scelto dall’Intendente provinciale nell’ambito di una terna proposta dai decurioni, formata da cittadini esterni al decurionato, comunque iscritti nelle liste degli eleggibili.

L’Intendente poteva richiedere una seconda terna quando non avesse trovato plausibile la prima; in alcuni casi poteva addirittura scegliere il sindaco fuori terna. L’età minima richiesta per la carica era di 25 anni compiuti, la massima di 60; l’incarico durava 3 anni, con possibilità di conferma per altri tre.

Gli “eletti” del comune di Vitulazio erano due. Pur vigendo un preciso obbligo ad esercitare la carica pubblica conferita (pena l’erogazione di severe sanzioni pecuniarie), erano tuttavia frequenti i casi di persone che si ingegnavano per non esercitare le pubbliche funzioni. Un caso del genere si verificò a Vitulazio.

In una lettera datata 14 dicembre 1826 il sindaco Michele Aiezza, che aveva sostituto, dal giugno precedente, Gabriele Cioppa rimosso dall’incarico, chiede all’Intendente di Terra di Lavoro di non essere prescelto nel 1827, essendo impossibilitato

«… da una invecchiata podagra e divenuto storpio nelle mani e nei piedi…» e aggiunge «… la mia accagionata salute non mi permette affatto di tirare avanti anche per giorni, come potrà rilevare dall’ingiunta fede de’ Professori che conoscono l’infelice stato di mia salute». (Cit. ASCe, Intendenza Borbonica, Personale Comunale, Vitulaccio, b. 449.)

Nonostante la sua richiesta, Michele Aiezza venne riconfermato sindaco: ecco il suo giuramento: «Io Michele Aiezza, Sindaco del Comune di Vitulaccio, prometto e giuro fedeltà ed ubbidienza al Re Francesco Primo, e pronta ed esatta esecuzione degl’ordini suoi.

Prometto e giuro che nell’esercizio delle funzioni che mi sono state affidate, io mi adoprerò col maggior zelo e colla maggiore probità ed onoratezza. Prometto e giuro di osservare e di far osservare le Leggi, i Decreti, ed i Regolamenti che per sovrana disposizione di Sua Maestà si trovano in osservanza; e quelli che piacerà alla Maestà Sua di pubblicare in avvenire. Prometto e giuro di non appartenere a nessuna società segreta di qualsivoglia titolo, oggetto, e denominazione e che non sarò per appartenervi giammai.

/ Così Dio mi aiuti». / Vitulaccio li undici giugno 1826. (Cit. ASCe, Intendenza Borbonica, Personale Comunale, Vitulaccio, b. 449).

Budget

Nel disegno di razionalizzazione dell’apparato pubblico, proprio del periodo francese (1806- 1815), anche nel Regno di Napoli fu introdotto il budget; cioè il bilancio di previsione che veniva compilato da ogni comune alla fine dell’anno per rendersi conto dell’ammontare approssimativo delle entrate e delle uscite che sarebbero state effettuate nell’anno successivo.

Negli anni Venti e Trenta del Novecento il termine assumerà negli Stati Uniti un diverso significato, designando uno strumento di programmazione dell’attività di un’impresa, nonché di controllo dei risultati, al fine di valutare periodicamente gli scostamenti dal programma per intervenire tempestivamente con azioni correttive; in tale accezione entrerà in uso in Italia a partire dal secondo Dopoguerra.

Nella sua formulazione più semplice, il budget dei primi anni dell’Ottocento era un prospetto diviso in due sezioni: a sinistra le entrate, a destra le uscite.

Nello stesso Decennio francese si tentò di italianizzare il termine, coniando già nel 1812 la voce bugetto (come da immagini – Cit. ASCe, Intendenza Borbonica, Stati Discussi, Vitulaccio, b. 199, f. 2.). Più tardi esso venne denominato stato discusso, ossia dibattuto (dal Decurionato), per distinguerlo dal rendiconto finale che rifletteva uno stato di fatto acquisito.

Ricerca a cura di Alessandra Cecere, Maria Di Nuzzo, Giovanni Giudicianni, Marilia Maio, Maria Tommasone, Monica Tortorelli.

Pubblicata sulla Rivista di Terra di Lavoro – Bollettino on-line dell’Archivio di Stato di Caserta – Anno III, n° 1 – Aprile 2008.

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